Gita alla Capanna Margherita (la seconda volta fa male uguale)

Appoggio le mani sulla balconata che circonda un lato, quello rivolto ad est, del rifugio Capanna Margherita, 4.554 m. Guardo in basso, un vuoto impressionante sotto di me, e le lacrime incontenibili che escono senza nemmeno che me ne accorga, senza che nulla di me provi a fermarle.
La partenza dal rifugio Capanna Gnifetti, tre ore e mezza prima, non lasciava presagire un esito simile: molto silenzio, le facce tese, l’insonnia della notte precedente, nessuno dei quattro sicuro, alla fine, che saremmo arrivati dove speravamo.
Le energie, una volta giunti al rifugio più alto d’Europa, sembrano tornare magicamente a tutti, nessuno parla dei dolori alle gambe, della fatica fatta per arrivare fin lì, dell’angoscia di non farcela vissuta fino a quel momento. Le energie e l’entusiamo sono tali e tante da spingerci addirittura ad azzardare un fuoriprogramma: “dai ragazzi, è lì, è vicina, quando ci ricapita, facciamola!”Fu così che alla gita alla Capanna Margherita decidemmo di aggiungere anche una capatina alla vicina Punta Zumstein, poco più in là, poco più in alto.
Siamo orgogliosissimi del vessillo che portiamo con noi, una bandana No Tav piuttosto stropicciata dal soggiorno nello zaino, e ci stringiamo nell’obbiettivo nella vana speranza che, per una volta, ci riesca di farci una foto decente.
E’ l’ultimo fine settimana d’ Agosto, probabilmente l’ultima gita di un’estate, quella del 2015, poco generosa in termini metereologici per chi ama la montagna d’alta quota, e le condizioni del ghiacciaio sono incredibilmente buone, anzi ottime, vale la pena approfittarne. Eppure il terribile caldo del Luglio apena trascorso ha decisamente cambiato i connotati al ghiacciaio familiare a molti di noi: la traccia c’è ed è molto buona, ma segue un percorso diversissimo rispetto a quello fatto durante l’ultimo tentativo, fallito, di raggiungere la Capanna Margherita, pochi mesi prima, in Giugno.
Per alcuni di noi si tratta di una prima volta su ghiaccio, di una prima assoluta sopra i quattromila metri, di una primissima come capocordata. Sarà per questo, mi dico, che provo tanta emozione? Per altri di noi si tratta di ribattere la stessa neve battuta qualche mese prima, a Giugno, sperando che sta volta l’esito sia differente. Mi ricredo, e penso che quelle versate siano lacrime di soddisfazione perchè, questa volta, l’esito è stato, in effetti, diverso. Poi ci rifletto meglio, e penso ad una birretta, bevuta alla vigilia della partenza con tutti i compagni del Caz, dove alcuni dei protagonisti del tentativo fallito di Giungo arrivano portando materiale (picche, ramponi, caschi) da prestare ai protagonisti di questo secondo tentativo, perchè chi di noi è alle prime armi non dispone di tutto l’occorrente. Quegli stessi compagni, rimasti a Genova, che tramite messaggi, la sera prima della salita, ci interrogano sulle condizioni trovate in loco, che ci incoraggiano , che ci infondono fiducia e che a cose fatte si congratulano con noi. Allora capisco, non si tratta di un secondo tentativo, eravamo arrivati in cima anche la prima volta, e adesso mi rendo conto del perchè di quelle lacrime.

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