Gita al bivacco Scarpeggin e rifugio ai Belli Venti.

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Le domeniche di Novembre spesso sono piovose, fredde e nebbiose. Domenica scorsa invece un bel sole ha scaldato il gruppo di c.a.z.zari che, lasciate le macchine presso il Curlo, s’incammina lentamente verso il bivacco Scarpeggin, qui si fermano e si  … Continue reading

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Comunicato

 

In merito alla ciclo camminata proposta dal commissario del Terzo Valico, siamo rimasti molto sorpresi nel constatare come tra i partner ci sia anche il Club Alpino Italiano sezione di Alessandria. E’ francamente piuttosto incredibile questa sponsorizzazione da parte di un ente che nella prima pagina del proprio regolamento cita:

1. Il Club alpino italiano per conseguire – ai sensi della legge 24 dicembre 1985, n. 776 – le finalità istituzionali, a favore sia dei propri soci, sia di altri, utenti tutti di un comune patrimonio culturale e sociale, in collaborazione (…)
i) opera per la conservazione della cultura alpina e per la pratica di ogni attività connessa con la frequentazione e la conoscenza della montagna; assume e promuove iniziative atte a perseguire la difesa dell’ambiente montano e in genere delle terre alte, anche al fine di salvaguardare dalla antropizzazione le zone di particolare interesse alpinistico o naturalistico. (…)

Ora: ci rendiamo perfettamente conto che i territori interessati dal Terzo Valico non siano considerati “alpinisticamente rilevanti” o con un tradizione montana\alpina di un certo livello ma, non sono forse attraversati da sentieri? Non sono presenti zone boschive, laghi,fiumi, falesie attrezzate per l’arrampicata?

D’altra parte non una parola è stata espressa dal C.A.I. sulla TAV in valle di Susa o sulle centinaia di opere che arricchiscono i pochi a discapito dei molti e devastano territori.

Non esistono luoghi neutri, ogni luogo è prodotto di storie, incontri e conflitti. Partecipare a questa ciclo camminata non è semplicemente un modo per mettere in mostra “le attrattività e le eccellenze locali enogastronomiche, storico-culturali, paesaggistiche”. Partecipare a questa camminata è prendere una posizione contro le montagne (e le colline e le pianure) a favore degli interessi e del traffico di merci.

Genova 20 Settembre 2017
Collettivo Alpino Zapatista – info.caz@insiberia.net

 

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Campeggio e gita sociale 2017 – Mongioie

Il racconto della due giorni del CAZ al Mongioie comincia con una coda, una lunga estenuante coda sulla solita A10 riviera ligure. È metà luglio e probabilmente il weekend più torrido del 2017: ficcarsi su quell’autostrada alle 10 del mattino vuol dire un po’ andarsela a cercare… ma tant’è, affrontiamo gli eventi con stoica abnegazione.

Poco alla volta il traffico si scoglie e dopo Savona possiamo lanciarci in una cavalcata priva di ostacoli fino alla valle Tanaro.  Prima dell’una siamo a Viozene: alla fine la coda non ci ha fatto perdere più di un’ora ma sono sembrate dieci. Non vediamo l’ora di allontanarci da tutto questo.

Lasciamo le macchine poco oltre la piazza della borgata e riempiamo gli zaini. Gli anziani del paese seduti fuori dal bar ci guardano incuriositi mentre ci carichiamo all’inverosimile di materiale da arrampicata, vestiti, tende e cibarie, tante cibarie: abbiamo deciso di campeggiare al rifugio Mongioie, condividendo tra tutt* il cibo di ognun* .

Così caricati affrontiamo il facile sentiero che dalla borgata di Viozene porta a Pian Rosso, dove si trova il rifugio Mongioie, a 1555 metri s.l.m. 40 minuti di passeggiata in cui le uniche difficoltà sono rappresentate dal peso importante e dal caldo africano. Arrivati al rifugio ci rilassiamo un po’: il posto è speciale. Pian Rosso si trova al limitare del bosco dove la valle si apre in uno smisurato ventaglio di pascoli, intorno, a incorniciare questo anfiteatro, una serie di bastionate rocciose vertiginose; la più imponente di queste bastionate, proprio in linea retta sopra al rifugio è il Mongioie.

La mattinata moderatamente stressante e la sudata della salita impongono ristoro: primo pasto condiviso. È subito evidente che in questi due giorni, tra tutti i significati del termine compagn*, il più pregnante sarà quello più intimamente etimologico: “chi condivide il pane”.

Al pomeriggio ci si divide tra chi resta a Pian Rosso a rilassarsi e chi vuole andare ad arrampicare. Sappiamo che intorno al rifugio ci sono molte vie tendenzialmente dure: guardando le pareti calcaree del Mongioie e dei suoi fratelli, striate di nero e a tratti talmente lisce da sembrare marmo, non stentiamo a crederlo. Andiamo al rifugio a informarci su posti per arrampicare alla nostra portata. Consultando la guida la scelta ricade sulla falesia delle piramidi: monotiri dati a 20 minuti dal rifugio: sarà… a vederla in lontananza la falesia non sembra così vicina, si intravede al limitare dei pascoli, dove i prati si trasformano in pietraie alla base delle pareti verticali della faccia Sud-Ovest del Mongioie. Infatti per raggiungerla impieghiamo una buona ora e mezza. Arriviamo tardi e riusciamo a fare solo un paio di tiri, comunque di soddisfazione. Quello che conta è la prova di carattere per averci creduto e il piacere di un po’ di arrampicata dal sapore alpino.

Torniamo a pian Rosso che ormai è sera: secondo e più ricco pasto condiviso. Sarebbe stupido elencare qui il menù della serata, meglio lasciare all’immaginazione di chi non c’era e al ricordo di chi c’era, basti dire che ognuno ha dato il meglio di sé (e poi il cibo che ti sei portato sulle spalle ha sempre un sapore migliore). Menzione d’onore per l’originalità più che per il gusto all’improbabile cima genovese di pesce. Liquorino al rifugio e poi a dormire in tenda.

Notte tormentata: poco dopo esserci infilati nei sacchi a pelo si scatena una bufera di vento. Sembra di dormire al campo base del cerro Torre. A turno usciamo dalle tende sconvolte dal vento per aggiungere picchetti e rinforzare quelli che già ci sono. Dormiamo quasi niente e al mattino quando suonano le sveglie il vento soffia ancora imperterrito.

Secondo giorno. Il nostro obiettivo è la vetta del Mongioie. Ci troviamo a far colazione al riparo del rifugio: abbiamo tutti gli occhi gonfi dal sonno e nonostante il tempo sia bellissimo il vento non dà tregua. Partiamo o non partiamo? Partiamo. E facciamo bene: dopo 10 minuti di cammino il vento si placa e resta una giornata splendida. Dal rifugio prendiamo il sentiero che sale sulla destra verso pian dell’Olio (2083 metri s.l.m.), sentiero facile sempre evidente prima nel bosco poi tra i prati; da pian dell’Olio il sentiero prosegue sempre facile e in lievissima pendenza per un vallone fino a al Bocchin dell’Aseo (2296 metri s.l.m.) cioè il colle a est del Mongioie. Alle nostre spalle la via di salita, di fronte il panorama si apre sulle valli monregalesi, il sentiero svolta a sinistra per affrontare il ripido pendio che porta alla vetta: è il momento di una pausa per mettere qualcosa nello stomaco. Ricco spuntino con avanzi della cena.

L’ultimo tratto dal Bocchin dell’Aseo in poi è un ripido sentiero che si inerpica per un pendio di erba e detriti, sempre ben segnato anche se non sempre evidentissimo e comunque piuttosto faticoso, che porta fino alla cresta nord, da qui il sentiero segue la cresta fino alla croce di vetta (2630 metri s.l.m.) a circa 3 ore dal rifugio. Foto di vetta e altro spuntino. Siamo felici nonostante la stanchezza aggravata dalla notte insonne; il panorama è bellissimo, solo un po’ di foschia ci impedisce di vedere il mare verso Sud, a Nord il Monviso sbuca da un gruppo di nuvole. La bellezza di una salita non si calcola in metri, l’emozione non aumenta solo con le difficoltà tecniche; oggi il valore aggiunto della salita è stata la convivialità, il passo comune a cui siamo riusciti a uniformarci (che è una cosa più difficile di quanto si possa pensare), il cibo condiviso, l’aiutarsi nelle piccole difficoltà. Essere compagn* vuol dire anche condividere la fatica.

È tempo di andare: per fare un anello scendiamo dall’altro sentiero, che dalla vetta scende dalla cresta Sud fino alla spalla e da lì giù per pendio erboso abbastanza dolcemente fino alla sommità della gola del Bocchin delle Scaglie (2360 metri s.l.m.), il nome deriva dal fatto che da qua in poi, per circa 200 metri di dislivello, la via è costituita da un pendio intorno ai 30° di fini sfasciumi di queste rocce calcaree che formano appunto delle scaglie. Scendere in ogni caso è abbastanza facile e anche divertente, altra storia sarebbe salirci.

Dopo il tratto di sfasciumi ritroviamo il facile sentiero che attraversa i pascoli. Lo avevamo fatto anche il giorno prima per raggiungere la falesia e in un’oretta siamo al rifugio. Abbiamo fatto un anello  perfetto con partenza e arrivo al rifugio passando per ambenti molto diversi, una bella gita escursionistica ma a tratti non facile e in ogni caso molto soddisfacente. Due note tecniche: nella via di salita non ci sono punti per rifornirsi d’acqua ed è sconsigliabile fare l’anello nel senso opposto vista la difficoltà di salire le scaglie piuttosto che di scenderle.

Al rifugio birrette e terzo pasto condiviso (se escludiamo gli spuntini della salita). Diamo fondo alle scorte di cibo. Smontiamo le tende carichiamo gli zaini e ripercorriamo il breve sentiero fino alle macchine. È stata una giornata memorabile, anzi due giornate memorabili; di condivisione, di piccole difficoltà e di grandi soddisfazioni.

E al ritorno, incredibilmente, neanche un minuto di coda sulla A10.

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Cresta Segantini

Avremmo voluto raccontarvi una bella gita, una cresta meravigliosa, estetica e lunghissima. Una cordata di amici che, collaborando con le altre cordate trovate sulla via, arriva per la prima volta in cima ad una montagna importante come la Grignetta. Una cordata partita da Genova nella mattinata del sabato e arrivata, dopo una splendida passeggiata al rifugio Rosalba. Ma è qui che interromperemo il racconto della gita perché ci sembra più importante parlare di quello che sta accadendo a questo rifugio.

Il Rosalba sorge sulla cresta della Grigna meridionale e la sua storia inizia già nei primi anni del XX secolo, inaugurato nel 1906 è intitolato alla figlia di Davide Valsecchi, presidente del CAI Milano e primo salitore (insieme a M. Tedeschi e alla guida B. Sertroli) della cresta Segantini.  È quindi un luogo storico non solo per gli amanti della montagna ma anche per il suo ruolo nella Resistenza: riparo per le brigate partigiane, condivise il destino di molti luoghi simili del lecchese e fu incendiato nella notte tra il 16 e il 17 Ottobre 1944 dalle squadracce nazi-fasciste decise a eliminare qualsiasi rifugio per i ribelli. Questi posti, questi sentieri, trasudano Storia.

Il rifugio Rosalba, gestito da più di 20 anni da Mauro Cariboni, è oggi nuovamente ad un punto di svolta. È dello scorso anno la notizia che la concessione non sarebbe più stata rinnovata a Mauro. Il CAI Milano, guidato da un nuovo presidente, pare ora interessato ad una gestione più “imprenditoriale” dei rifugi. Una concezione che vorrebbe gli avamposti del sodalizio più profittevoli, accattivanti e più attrattivi non solo per chi ha bisogno di un punto di appoggio nelle proprie peregrinazioni sulla montagna ma anche per chi vuole godersi una serata di musica elettronica, guardare un film in quota e partecipare ad eventi, culturali e non. Tale “visione” va ad inscriversi nel solco della recente tendenza che vede tra l’altro le spartane cucine dei rifugi infiltrate da raffinati percorsi enogastronomici e menù da chef stellati.

Non siamo in grado e non vogliamo di certo entrare nella specifica vicenda parlando di costi di gestione, tempistiche nella presentazione dei progetti e della “promozione sul circuito internazionale”. Come non approfondiremo in questa pagina la pure interessante questione dell’accentramento e dell’accaparramento delle concessioni in zona Grigne. Sappiamo però e lo diciamo con forza e convinzione, che a noi il Rosalba (e non solo) piace così, senza palle stroboscopiche, maxiproiettori e piatti ricercati. Abbiamo imparato ad apprezzare il rifugista che ti accoglie come amante della montagna, non come un cliente. Che consiglia la salita del giorno dopo e che a cena condivide un ricordo o ti da ancora un suggerimento.

Quando scesi dalle montagne ritorniamo in città capita spesso che più che la gita o la via che percorriamo, ci rimanga impresso il ricordo di un incontro in rifugio, una sveglia che suona ad orari improbabili o anche solo gli aneddoti del rifugista. Quello della montagna è un tempo e un luogo che amiamo perché ci riporta ad una dimensione di maggiore condivisione nella quale per qualche ora o qualche giorno possiamo perderci. Nulla di più lontano dall’idea di ricettività che alcuni vorrebbero affermare, tendente più all’omologazione ai canoni alberghieri e dei locali alla moda che alle effettive necessità di chi attraversa le terre alte.

Abbiamo conosciuto Mauro Cariboni solo da poco ma è come se ci conoscessimo da sempre. La passione per il suo lavoro e l’amore per le sue montagne sono le stesse che abbiamo incontrato spesso nelle Marittime e in tutti quei rifugi dove vieni accolto a prescindere da quanto ti fermerai e quanto spenderai. Sono gli stessi rifugi in cui il custode ti segue con il binocolo e si preoccupa quando fai tardi. È di questo che abbiamo bisogno, non di feste, non di nouvelle cuisine.

 

 

 

 

 

 

 

Piccolissima bibliografia:

https://www.facebook.com/groups/1119561404807681/?fref=ts

http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/16_dicembre_22/guerra-rifugi-cai-milano-revoca-contratto-gestori-9ab80760-c817-11e6-b72f-beb391d55ecd.shtml

http://gognablog.com/rifugista-imprenditore-volontario/

http://www.radiopopolare.it/podcast/onde-road-di-dom-1903/

https://www.rifugi.lombardia.it/lecco/mandello-del-lario/rifugio-rosalba

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Soggettiva di una corsa

Inspiro  espiro, dentro fuori, narici dilatate e bocca aperta.

Appoggio l’ avampiede , attento a contrastare la mia naturale (sbagliata) posizione di impatto col terreno, troppo sull’esterno. Il polpaccio spinge, il quadricipite si contrae alzando il ginocchio.

Cerco di mantenere il busto e le spalle in condizione corretta.

Gli occhi sono incollati al terreno, cerco di prevedere gli ostacoli sul sentiero: pietre, radici, buche, è meglio non cadere, scelgo di mettere il piede nel posto migliore.

Appena posso alzo lo sguardo, studiando il proseguo della strada da percorrere o godendomi il paesaggio intorno : selvatico, luminoso e silenzioso. E’ bellissimo essere soli:  “Le mattinate infrasettimanali in Appennino sono da turnisti, disoccupati o pensionati” esclama il mio socio dietro di me quasi leggendomi nel pensiero;  “su questo stesso sentiero nel weekend incontri un sacco di gente”.

La metà del nostro anello (che oggi coincide con la vetta) è ancora distante e il sentiero impenna decisamente: è il momento di cambiare marcia, non riesco più a correre, allaccio le mani dietro la schiena e cammino: mi concentro sui battiti: cerco di non farli alzare troppo e di gestire il mio fiatone. Lunghi minuti di silenzio, solo il rumore del mio respiro e delle scarpe sul sentiero o sulla roccia e tutto intorno il fruscio del vento e il cinguettio degli uccellini. Due pernici spaventate salgono in volo a pochi metri da noi.

Finito il giro, in prossimità della macchina mi sento svuotato,asciutto, stanchissimo e felice.

Correre in montagna è una forma di meditazione. Il cervello ti entra in loop strano e questa sensazione può dare dipendenza.

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19 febbraio: prima giornata di pulizia sentiero!

Quest’anno il CAZ ha inserito nei suoi progetti quello di ripulire e riportare in uso un sentiero, sotto il Passo del Faiallo. Da tanto ci interroghiamo su cosa voglia dire per noi che amiamo la montagna andare per bricchi e cime innevate. Rimettere in sesto un sentiero, anche se piccolo, anche se con mezzi semplici, ci sembra rispecchi bene una percezione che ci accomuna ma che non riusciamo sempre a descrivere. Andiamo in montagna con rispetto, e ce ne prendiamo cura! Andiamo in montagna da compagni, siamo antifascisti, antisessisti e antirazzisti. Non a caso abbiamo scelto di risistemare un sentiero di questa zona: sono tanti qui i sentieri calcati da partigiani, e numerose sono le lapidi che ne ricordano la morte. Per noi è importante vivere i luoghi che i partigiani attraversarono, non solo per il rispetto verso la storia della Resistenza, troppo spesso dimenticata e falsata, ma proprio per il pensiero che antifascismo deve essere tutto, deve essere ovunque. Il 25 Aprile è sempre, e il nostro sentiero sarà pulito e pronto entro aprile 2017 per aggiungere un altro luogo a quelli che amiamo.

La via che abbiamo scelto si trova sotto il Bric Del Dente: lasciando le auto dal posteggio si prosegue pochi metri in direzione Passo del Faiallo, e si segue il segnavia con due croci rosse, che scende fino a Fiorino. Dopo aver camminato in discesa all’incirca per 1 km le due croci proseguono a sx, e verso dx attacca il sentiero oggetto della nostra pulizia.
E’ un tratto privo di segnaletica, che dopo alcuni km a mezza costa si congiunge al sentiero contrassegnato da un rombo rosso.

La zona ci piace, e tanto. Certo, la conosciamo bene, ma ci emoziona sempre: montagna brulla, roccia spigolosa e in fondo il mare. Piccoli torrenti sinuosi e rapaci che prendono il vento. Il sole si è alternato alla nebbia: qui grazie ai bricchi così vicini e irregolari crea giochi che rapiscono lo sguardo.
Per pulire questa vecchia mulattiera ci siamo muniti di guanti, falcetti e forbici. Abbiamo tagliato rami, erbacce e cespugli bassi; spostato pietre. Abbiamo sudato insieme, come sempre, ma in un modo diverso: passi piccoli e lenti per liberare il sentiero dalla vegetazione che lo nascondeva. Con noi anche due nuovi compagni: vorremmo che le prossime giornate di pulizia fossero ancora più partecipate!
A giornata terminata il lavoro è stato buono: un quinto della lunghezza è ora molto simile ad un vero sentiero! Prossimamente abbiamo previsto almeno un’altra giornata di pulizia, siateci e siate presi bene!

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Siamo stati in Antola!

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Tra i tanti modi che ci sono per salire sul monte Antola quello dall’Alpe di Crocefieschi è certamente tra i più panoramici. Dopo aver faticato un pò per trovare l’inizio del sentiero finalmente alle 10.00 partiamo (segno negativo in pagella … Continue reading

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Terzo raduno conviviale di arrampicata NO TERZO VALICO

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Persone in miniatura che scalano montagne in miniatura. Persone cui trasmettere il nostro modo di passare le montagne: senza dimostrazioni di forza, valutandone la linea, interpretandone le pieghe, sfruttandone la conformazione. Non plasmandole a nostro piacimento. È andato via così il … Continue reading

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In alto la mia banda! (ma questa volta non in altissimo..)

(ovvero del trasformare un insulso finesettimana cittadino in un tempo che finisce col sorriso domenica sera)

E’ sabato.. potrebbe passare così.. fra la noia e il niente e invece, su dai! Si va a far due tirelli a Cravasco! Nella vecchia falesia della Grande di recente richiodata e tirata a lucido!

Così saliamo fra i tornanti della Valverde e con l’occasione, passiamo a salutare i compagni della festa Noterzovalico che venerdì e sabato prossimo ci vedrà più presenti con il Terzo Raduno conviviale di arrampicata.

Da Pontedecimo in su è tutto uno sfacelo di cantieri, da Santa Marta non si passa, al Maglietto ci sono i semafori, dove ti giri ti giri non puoi fare finta che i lavori della Tav locale non stiano devastando ogni monte, fiume o prato che incontrano. Il tutto ovviamente fra l’incazzatura dei residenti e la gioia della ‘ndrangheta..

Comunque quando arriviamo il posto è bello come sempre e frequentato da persone con le quali è piacevole fare chiacchiere fra una salita e una sicura. Esageriamo facendo ben tre tiri (fra cui la storica “voules vouz dancer?” il cui passaggio di 6a mi impone di tirare entrambi i rinvii piazzati nei nuovi fittoni.. alla faccia della tradizione..). Dopo cena in zona e avvistamento di caprioli nel bosco e vicino alla falesia la serata finisce come sempre alla casa del popolo di Isoverde, con l’ultimo giro di birrette al fresco..

Comunque arrampicare in questa estate complicata in cui andare in quota è per alcuni un rammaricato “non posso” e per altri (come me) un sempre acuto “non voglio!”, non è così male!

Ci diamo quindi appuntamento per l’indomani mattina e, per nulla scoraggiati dalla pioviggine che avvolge Genova, all’alba delle 11 e mezza partiamo per raggiungere la misteriosa falesia di Gavi, negli anni descrittaci da molti come “lo zeccaio”..

In realtà queste zecche non le vediamo, ma il luogo non è neppure ameno come ce lo eravamo immaginato con i canetti che sguazzano nelle fresche e limpide acque del Neirone mentre noi arrampichiamo felici e freschi sulle sponde.. Il Neirone è ridotto ad una pozza putrida che per fortuna rimane invisibile e immersa nella boscaglia..

La falesia in compenso è simpatica! Giunti nel settore più appropriato alle nostre forze (su indicazione di forzuti e tatuati local che si gonfiavano sotto gli strapiombi) attacchiamo a scalare con inaspettata vivacità e mettiamo sulle braccia un bel numero di tiri (sì, è vero, sono corti, ma tant’è..).

Così, fra chiacchiere e focaccia, arrampicare e sdraiarsi all’ombra la giornata passa. Siamo così presi bene che non vogliamo farla finire davvero e allora ci organizziamo per raggiungere a cena altri cazzari e microcazzari (ciao Pietro!) a Genova e nell’avvicinamento, come fosse un campo base, ci piazziamo anche una pausa gelato a Voltaggio.

Da Gavi a Voltaggio e poi su per la Bocchetta (chi l’ha vista, perchè in due auto siamo riusciti a fare due strade diverse..) la strada attraversa paesaggi bellissimi, anche questi devastati dai cantieri del Terzo valico e del nuovo metanodotto. Ce la prendiamo comoda e mentre ci rituffiamo dal Passo della Bocchetta o da Praglia giù verso Genova già pensiamo alla Festa del prossimo venerdì e sabato quando potremo ancora una volta dire tutti insieme che noi stiamo con le montagne e che l’Appennino si sale e non si buca. Siamo sereni e soddisfatti anche senza aver fatto nulla di speciale, per questo finesettimana la nostra vetta raggiunta è stata la condivisione di un tempo buono e felice, del nostro territorio e della bella comunità che siamo diventati in questi anni di CAZzeggio.12029804_487775071404359_2336651299143589697_o

 

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Due giorni del c.a.z. in val Maira

Ancora prima di partire assaporo la Valle, sono emozionata, ho negli occhi l’immagine di uno dei miei luoghi preferiti. Sabato mattina, oltrepassando Dronero, sono agitata come una bambina, esattamente come ogni volta in questi anni. Oggi però non mi fermo a Ussolo, poco dopo Prazzo, dove ho passato tanti agosti;  con la carovana andiamo oltre, e sono ancora più felice. La fine della Val  Maira per me è  abbastanza sconosciuta, e godo già all’idea di cosa vedrò dietro Chiappera: la Provenzale, un enorme menhir  appoggiato a prati verdi e rocce frastagliate. Ogni volta che la scorgo è un’iniezione di enfasi e, ora, so che anche i miei compagni sono frizzanti di energia per la Provenzale e le Rocche dietro di lei. In poco tempo montiamo un piccolo villaggio al Campeggio Senza Frontiere: di fronte a noi le Cascate di Stroppia, sopra i nostri nasi la Rocca Castello e la Rocca Provenzale, i piedi camminano su un bel prato morbido. Tempo zero e si attrezza una parete per allenarci sui monotiri e nelle doppie, perché non tutti abbiamo scalato ancora qui in zona, e la roccia così particolare della Provenzale và studiata e toccata per bene. Duemila caffettiere borbottano. I nostri  cani e i bambini delle tende vicine giocano senza fine, fino a giocare anche loro sulla parete, avendogli fatto venire tutti quanti voglia di scoprire come si fa, ed essendoci tra noi delle persone dalla pazienza infinita. Il sole scende e l’escursione termica si fa sentire, e anche la fame, quindi grigliate, vino e San Simone ci scaldano. Il cielo di notte qui è incredibile, e sta notte mi fa rilassare completamente, complice anche la cascata che copre ogni rumore, culla il sonno. Il mattino arriva in fretta, ci svegliamo presto e siamo pieni di entusiasmo. Faccio colazione insieme a chi da lì a poco arrampicherà ed è bello vederli partire dal campeggio. Io oggi cammino, ho arrampicato la Rocca Castello sulla via Sigismondi un mese fa, ho voglia di fare una bella gita. Una seconda colazione con chi camminerà con me e poi partiamo. Abbiamo scelto di fare l’anello che parte dal campeggio, tocca il Colle Greguri, passa sotto le vie delle Rocche e ritorna alle tende. Il nostro gruppo è più piccolino di quello delle cordate, ma ci troviamo bene insieme, chiacchieriamo e intanto intorno a noi si apre una vista sempre più bella. Si vede il Brec de Chambeyron, voltandoci indietro la valle di Chiappera, con il Lago di Saretto e l’Oronaye. Nell’aria farfalle a non finire, intorno a noi acqua dei torrenti, roccia di colori diversi e tanti tanti prati con grange da volerci abitare. Arriviamo al Colle Greguri per l’ora di pranzo, e da lontano vediamo già parte dei nostri compagni in vetta, ci sbracciamo, vogliamo salutarli. Poco dopo siamo seduti di fronte alla parete che hanno appena scalato, ci brillano gli occhi, aspettiamo le cordate che tra non  molto scenderanno in doppia. Intanto gli animali sbucano, prima le marmotte, ci fischiano come fossimo temibili nemici, poi capiscono pure loro di che pasta siamo fatti e si mostrano tranquille, anche mamme con i cuccioli. Addirittura, spunta fuori dalle rocce una famiglia di stambecchi, ci aggira per poi venire su una casermetta esattamente sopra le nostre teste, a portata di scatto e quasi di mano. La mamma ci osserva, i piccoli si danno delle gran testate. Vediamo le corde dalla cima della parete e i nostri compagni affrontare le doppie uno dietro l’altro, da formichine che erano ora sono sempre di più riconoscibili, e ci piace un sacco accoglierli una volta coi piedi finalmente a terra. Ancora una volta la pazienza, l’esperienza e la passione si dimostrano grandi: l’ultima nostra cordata aiuta una coppia che aveva previsto doppie molto più brevi della realtà. Tutti sono a terra ora. Torniamo giù, raggiungiamo chi è sceso qualche ora prima. Percepisco felicità, siamo tutti contenti, abbiamo raggiunto le nostre vette. Io sono rigenerata. La mia birra della sera, sulla via del ritorno, la dedico alla voglia di vivere giorni belli come questi, alla passione sempre più intensa che proviamo tutti per posti simili, per le montagne, per camminare ed arrampicare, per stare insieme compagni vecchi a compagni nuovi incontrati qui ieri, per ogni week end dell’anno che sia positivo come e più di quello appena finito.

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